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martedì, 22 aprile 2008 - In --->
Menologio «

se sentite la mia mancanza mi trovate su

ANDREA BONAZZI FHTAGN! «
Twi's Daeg
11 marzo 1930
Caro Anader Ibn Azoz:
N'ggah-kyhn-y'huu! Cthua t'lh gup r'lhob-g'th gg lgh thok! G'll-ya, Tsathoggua!
Y'kn'nh, Tsathoggua!
E' qui!
Sia onorato il Signore Tsathoggua, Padre della Notte!
Gloria all'Antico, Primogenito dell'Entità Esterna!
Salute a Te, che eri Vetusto oltre ogni memoria prima che le stelle generassero il Grande Chtulhu!
Ia! Ia! G'noth-ykgga-ha!
Ia! Ia! Tsathoggua!
Signore. il mio debito nei Vostri confronti è eterno e impagabile!
Mai, Ve ne dò parola, ho contemplato un così sinistro e primievo idolo dei Grandi Antichi.
Senza dubbio veruno, quest'idolo paleogeo rimonta a una data assai anteriore al sorgere di qualsiasi principio vitale nativo di questa Terra o delle Tre Dimensioni a noi note. Da ogni suo tratto o angolo trasuda lo spirito e il mistero del suo artefice extra-cosmico.
Ho posto l'idolo in un posto di preminenza su di un altare modificato in modo tale da adattare la sua geometria non galattica alle leggi dell'equilibrio vigenti nel mondo tridimensionale. E' mia intenzione rendere omaggio all'immagine ogni giorno allo scoccare della mezzanotte: e particolarmente nelle vigilie di Beltane e di Ognissanti. Se d'ora in poi riscontrerete un miglioramento nei miei scritti e nelle mie opere, saprete all'influsso di Chi va accreditato il fenomeno!
Nuovamente, Signore, abbiateVi i miei ringraziamenti più profondi e sinceri!
Vostra nel nome di Tsathoggua
That-yah-na

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Solitarie Passioni di un'Anima Persa... «
In quel piccolo, raffinato capolavoro che è il racconto breve ‘Il popolo bianco’ -Arthur Machen- definito da Lovecraft il <Tessitore di Terrori>, cesella con mano esperta uno dei temi più dibattuti dagli albori dell’umanità: la contrapposizione tra bene e male, con la minuscola, e tra Bene e Male, con la maiuscola… ma è il concetto di “peccato/Peccato” che in realtà vuole andare a chiarire…
Intanto, secondo me, rigira il coltello in una vecchia piaga nel costato dell’uomo di tutti i tempi ovvero l’incoscienza e la noncuranza con cui viviamo sottolineando che < …vaghiamo per il mondo senza comprendere il significato interiore delle cose e, conseguentemente, il bene e il male che facciamo, diventano cose egualmente secondarie, irrilevanti.>. Ulteriore conseguenza è che non abbiamo piena comprensione delle nostre azioni proprio perché il concetto di bene/Bene e male/Male che possediamo è un concetto errato. 
< Ma io credo che questo concetto errato, che tutto è tranne che universale, derivi in larga misura dal fatto che esaminiamo il problema dal punto di vista sociale. Riteniamo che un uomo capace di fare del male a noi e ai suoi vicini, sia malvagio. E lo è, da un punto di vista sociale. Quello di cui non ci si rende conto è che il Male, nella sua essenza, è una cosa isolata, una tendenza dell’anima individuale, una passione solitaria> e aggiunge <…tra un’azione antisociale e il Male… be’, il legame è tra i più deboli>, spiegando che ciò che noi non comprendiamo a pieno è la “vera natura del Male” perchè < Gli attribuiamo al tempo stesso troppa e poca importanza. Vediamo le numerose infrazione al nostro “codice sociale” –quelle regole assolutamente necessarie e ragionevoli che servono a tenere insieme il consorzio umano- e ci spaventiamo al prevalere del “Peccato” e del “Male”. Ma tutto questo è assurdo. Prendiamo il furto, ad esempio. Robin Hood, o i briganti scozzesi del XVII secolo, o quelli che oggi impestano le torbiere, oppure i capitani d’industria dei nostri giorni: (…) suscitano forse orrore? Mentre, d’altro canto, talvolta sottovalutiamo il Male. Attribuiamo tanta importanza al “peccato” commesso da chi tocca le nostre tasche ( e le nostre mogli ), che ci siamo quasi scordati la perversità del vero Peccato> e ancora <siamo propensi per natura a credere che chi ci arreca un gran danno debba essere un gran peccatore>. In una società sempre più laica, e sempre da un punto di vista sociale, spesso si confonde il peccato col crimine… d’altra parte, aggiunge lo scrittore gallese, < E’ estremamente sgradevole farsi derubare, così diciamo che il ladro è un grosso peccatore. In verità (…) Non può essere un santo, ovviamente; però può essere –e spesso lo è- una creatura infinitamente migliore di migliaia di uomini che non hanno mai infranto un solo comandamento>. Dell’assassino, Machen fa dire al protagonista del suo racconto, qualcosa che a primo acchito può sembrare paradossale <E’ soltanto una bestia selvaggia della quale dobbiamo liberarci se vogliamo salvare le nostre gole dal suo coltello. Lo catalogherei piuttosto con le tigri, anziché coi peccatori>.
Machen guarda all’uomo moderno come animale socratico per questo crede che < …il Bene e il Male sono innaturali per l’uomo com’è adesso –l’uomo inteso nel suo essere sociale e civile- il Male gli è più innaturale in un senso più profondo del Bene> perché secondo lui <…il vero Male non ha niente a che vedere con la vita o con le leggi sociali e, se ce l’ha, è solo in via fortuita e accidentale. E’ una passione solitaria dell’anima… oppure una passione dell’anima solitaria> e <…che il Male, nel senso vero e profondo, è raro, e credo che lo diventi sempre di più>. A questo punto vien da chiedersi, allora chi è il ‘vero malvagio’, chi è il fortunato detentore di una tale rarità? Prima di darne una definizione Machen ne elenca i facili appellativi che gli sono stati dati nel corso dei tempi e solo dopo assegna la palma di malvagio <…l’uomo malvagio, il cattivo per antonomasia, lo “stregone”. Colui che veramente merita tale appellativo è chi sfrutta i difetti presenti nella vita della materia, le sue cadute inevitabili, come strumenti per realizzare il Male assoluto> e visto in quest’ottica non si può che convenire con lo scrittore sul fatto che, effettivamente, uomini veramente malvagi siano rari… O almeno, la speranza che lo siano non è poi tanto vana…
Eppure, considerando che per Volere e Realizzare il Male Assoluto servirebbero o immenso genio o idiozia assoluta e, al giorno d’oggi, siamo completamente privi del primo ma abbondantemente circondati dalla seconda, io rabbrividisco…!
E credo che anche Machen se ne sia accorto, tant’è che a un certo punto afferma quasi ironico < Il Male, ovviamente, è completamente positivo… solo che si trova dalla parte sbagliata…>, quasi quasi rovesciando tutto quello che ha sottinteso fino a poco fa sul punto di vista…
Il Peccato, a questo punto, non avrebbe niente a che spartire col Male. Diverrebbe <…semplicemente il tentativo di penetrare in una sfera più alta e diversa, usando mezzi proibiti. La massa degli uomini è ampiamente soddisfatta della vita così com’è. Per questo ci sono pochi santi, e i peccatori, nel senso più vero, sono ancora di meno>. Semplicemente. Più raffinato del Male. Più sottile. Più raro.
Compiere il Male per il Male necessita totale distacco dalla Vita e da se stessi e il completo disinteresse a perdersi. Non richiede coinvolgimento emotivo.
Peccare è porsi un obiettivo e perseguirlo perseverando e cercando con ogni mezzo di ottenerlo. E’ trovare se stessi e riappropriarsi di quanto c’è stato tolto. E’ passione, nel senso, di sofferenza per qualcosa di cui si è privati. E un continuo tendere a conseguirlo. E piegarlo alle leggi della Nuova Creazione in cui il Peccatore diventa Nuovo Creatore.
Il Male compirà pure un rovesciamento o una sovversione ma il Peccato compie una “perversione” dell’ordine precostituito… “mette prima”, nel senso latino del termine pre-verto, la creatura rispetto al Creatore. Una luciferiana riconquista di un Eden negatoci per colpe non nostre da un Dio talmente ingenuo da credere di poterci creare a sua immagine e somiglianza e pretendere che non avremmo ereditato, oltre al suo volto, la Volontà di Conoscenza… o forse ha fatto bene i suoi conti, e in realtà l’Uomo non è spinto da Volontà di Conoscenza ma solo da stupida curiosità e nemmeno spontanea ma indotta da un Angelo Cieco e allora il vero Peccatore è l’erede di chi?
Continua Machen <…nel complesso, forse è più difficile essere un grande peccatore che un grande santo> perché tutto sommato <La santità richiede uno sforzo enorme, o perlomeno molto grosso, ma la santità segue vie che un tempo erano naturali; è il tentativo di ritrovare la felicità che ci apparteneva prima della Caduta. Il Peccato, invece, vuole tentare di conquistare l’estasi e il sapere che appartengono soltanto agli angeli; e, nel compiere questo tentativo, l’uomo diventa un demonio> e aggiunge <Il santo lotta per riavere un dono che ha perso; il peccatore cerca di ottenere qualcosa che non è mai stato suo. In sintesi, ripete la Caduta, il Peccato Originale>… La Caduta. Gli Angeli Ribelli che tentarono di spodestare Dio furono precipitati sulla terra dove si unirono a donne mortali con cui condivisero la loro Conoscenza… Allora il peccato Originale assumerebbe un altro, più profondo significato… Allora si comprenderebbe davvero quello che Machen definisce <la perversità del vero Peccato> quando fa suggerire da Ambrose, il protagonista, all’amico Cotgrave <Che cosa penserebbe, seriamente, se il suo cane o il suo gatto cominciassero a parlare e si mettessero a discutere con lei con voce umana? (…) E se le rose del suo giardino si mettessero a cantare una canzone (…)? E se le pietre della strada cominciassero a gonfiarsi e a crescere davanti ai suoi occhi, e i sassolini che ha visto la sera prima diventassero boccioli di pietra la mattina dopo?> e alla domanda su cosa sia davvero il Peccato risponde da vero erede di un Angelo Ribelle:
<Prendere d’assalto il Cielo con la violenza di un tifone>.

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Ombre «
giovedì, 15 novembre 2007 - In --->
Menologio «
“La paura del Morto nelle Religioni Primitive” (The Fear of the Dead in Primitive Religions, Londra, 1934), opera un pizzico meno conosciuta dell’autore del famoso “Il Ramo d’oro” (The Golden Bough, Londra, 1911/1915), sir O. J. Frazer, sostiene con dovizia di particolari l’ambiguità atavica diffusa fin dal Neolitico, in tutti i tempi e presso tutte le culture, del sempiterno oscillare dell’essere umano tra il desiderio di prosecuzione della Vita nell’Aldilà e il timore della riapparizione di un morto insoddisfatto nel mondo dei vivi.
Nelle tombe primitive, i nostri Avi, depongono un morto imbellettato d’ocra rossa perché sembri vivo, fiori ad invocare eterne primavere, armi e animali, spose e sposi di terracotta e granaglie da seminare per assicurargli ancora prosperità e amore perché non venga a reclamarli alle porte dei vivi. E lo depongono in posizione fetale, col volto rivolto verso Est perché possa veder sorgere in eterno l’alba, nel ventre materno della Terra affinché essa lo possa partorire a nuova vita. Non ora. Non qui. Non tra chi –morto– non è. Così, lo legano, gli limano i denti, in alcuni casi gli asportano la mascella e ne inchiodano le membra nell’avello sepolcrale trafiggendone la testa e il cuore. Perché non pensi di tornare, perché non ami più chi non gli è dato amare.
Più tardi, i Lucumoni etruschi metteranno guardie a sorvegliare le loro tombe. I Romani gli accorderanno periodi di tempo in cui poter invadere città e pagi.
Da che mondo è mondo, è risaputo, ciò che distingue l’uomo dalla belva è l’invidia e i Morti invidiano ai Vivi la Vita. Il fatto che, nelle fiabe, nelle religioni primitive, nella mitologia e nell’epica arcaica, Realtà e Sovrannaturale, Vivi e Morti sono naturalmente commisti fa pensare che le Storie di Spettri siano, con buona probabilità, antecedenti alla letteratura registrata. Sono infinite le leggende e i racconti di ogni paese che narrano di defunti tornati alla Vita per esigere un tributo dai Vivi.

L’aneddotica sui fantasmi spazia dal Libro di Giobbe IV, 12 (VI – IV sec. a.C.) alla Tragedia Greca da Eschilo in poi, dalla Patrologia Greca e Latina ai trattati morali e filosofici passando per le Cronache, dalle collazioni di leggende agli exempla, dalle raccolte di omelie e sermoni ai trattati di teologia, dalla poesia alla letteratura.
E’ arcinoto e stracitato (spesso male, attribuendolo allo zio) ciò che Plinio il Giovane (61 -113 d.C.) scriveva all’amico Licinio Sura mentre si accingeva a narrargli ciò che era accaduto a Curzio Rufo (una sorta di detective dell’impossibile ante litteram, mica un romano della Suburra qualunque…):
“Igitur perquam velim scire, esse phantasmata et habere propriam figuram numenque aliquod putes an inania et vana ex metu nostro imaginem accipere. Ego ut esse credam in primis eo ducor, quod audio accidisse Curtio Rufo.”
[Dunque io avrei un vivissimo desiderio di sapere se tu pensi che i fantasmi esistano davvero ed abbiano un loro proprio aspetto ed una qualche capacità di azione, ovvero che, pure vanità inconsistenti, ricevano una figura soltanto dalla nostra paura. Io mi sento spinto a credere alla loro esistenza in primo luogo dall’episodio che sento dire essere capitato a Curzio Rufo. –Epistularum Libri Decem – Liber VII – 27].
E se il povero Curzio Rufo se la vide davvero brutta, peggio fu per il liberto del nostro Plinio cui un fantasma coiffeur fece un taglio di capelli all’ultima moda:
“Est libertus mihi non illitteratus. Cum hoc minor frater eodem lecto quiescebat. Is visus est sibi cernere quendam in toro residentem, admoventemque capiti suo cultros, atque etiam ex ipso vertice amputantem capillos. Ubi illuxit, ipse circa verticem tonsus, capilli iacentes reperiuntur.”
[Ho un liberto fornito di una discreta cultura; egli una volta riposava nel medesimo letto con il fratello minore. Quest’ultimo ebbe l’impressione di vedere un individuo sedersi sul letto, avvicinargli al capo delle forbici e tagliargli anche i capelli sul culmine della testa. Quando spuntò il giorno si trovò che egli era schiomato attorno al culmine della testa e che i capelli erano là per terra. –Epistularum Libri Decem– – Liber VII – 27].
E poi Tacito conferma che Curzio Rufo era predisposto a veder phantasmata
“dum in oppido Adrumeto vacuis per medium diei porticibus secretus agitat, oblata ei species muliebris ultra modum humanum et audita est vox 'tu es, Rufe, qui in hanc provinciam pro consule venies.'”
[mentre un giorno, sull'ora del meriggio, se ne stava appartato sotto i portici deserti di Adrumeto, gli apparve una figura di donna d'aspetto sovrumano e così l'udì parlare: «Sarai tu, Rufo, a venire proconsole in questa provincia». – Annali XI, 21– ]
Qualcosa di simile accade a Bruto col suo Cattivo Genio che, in sogno, lo ammonì “ci rivedremo a Filippi”.
E ancora possiamo leggere di fantasmi dagli scritti di Cicerone a quelli di Orazio.
Il Medioevo, in area nordica, vede intorno al 1200 un anonimo narrare di un’infestazione e una maledizione nella Grettir Saga. E poi Chaucer che nei Canterbury Tales riporta ben due storie ispirate a Cicerone e Valerio e le Chroniques di Jean Froissart che ne contengono altre due, lunghe, e Boccaccio col suo Nastagio degli Onesti.
Durante il rinascimento e fino alla fine del XVII sec., la diffusione e la pratica di spagiria, alchimia e astrologia fecero sì che, già a metà del Seicento la letteratura su questo tema fosse immensa e si basasse su un corpus di osservazioni, frutto di continue, approfondite e appassionate indagini che fu la base sulla quale si svilupparono le ricerche su ciò che Arthur Koestler battezzò il “paranormale”.
Dall’XI sec. in poi una successione di intelletti formidabili si applicheranno a ricerche su ciò che oggi definiamo “sovrannaturale” fino a quando, intorno al 1650, il razionalismo cartesiano minò alle fondamenta le basi dottrinali della cosiddetta “ Sapienza Occulta”.
Da Michele Psello, filosofo bizantino, nel 1050 scrive la celebre De Operatione Daemonum (Περì ενεργεìας δαιμüνων), una classificazione dei demoni a Pietro Lombardo (c. 1100 – c. 1160), che accenna agli spiriti disincarnati nella seconda parte del Libri Quattuor Sententiarum scritto tra il 1150 e il 1152; da Roger Bacon (1240-1294) a John Bromyard, cancelliere dell’Università di Cambridge, con la Summa Praedicantium (1495); da Cornelio Agrippa (1466-1535) a Paracelso (1493-1541); da Girolamo Cardano (1500-1576) a Robert Fludd (1574-1637) medico e cavaliere rosa+croce si arriva persino a scritti farneticanti di pazzi pervertiti come Sprenger e Kramer; e ancora John Wier (1515-1588), medico renano, allievo di Agrippa De praestigiis daemonum (1563) o Del Rio con le Disquisitionum Magicarum Libri Sex, fino a Bloyer, con la sua Histoire de Spectres (1605) più attinente al nostro disquisire.
E la lista sarebbe ancora lunga.
Nel periodo Tudor, gli autori di teatro inglesi influenzati dalle tragedie di Seneca, intuirono appieno le possibilità drammatiche connaturate nel “personaggio” fantasma. Uno per tutti l’ombra del padre di Amleto.
Tirato il sipario, i fantasmi, scomparvero dalla letteratura europea nella prima metà del Seicento per rimanifestarsi nell’ultimo scorcio del Settecento evocati dall’avvento del Gotico ma la loro presenza rimase sempre viva e frequente in opere riguardanti il Sovrannaturale, nella Tradizione Orale, nelle Ballate e nel Folklore.
È una lunga genesi, quella della Storia di Spettri e qui Dio non si riposa il Sabato ma continua a raccontare storie. D’altra parte i fantasmi sono ombre e non c’è essere vivente o cosa che possa liberarsi della sua.
Così i fantasmi ci seguono non visti fino a scrivere da sé la propria storia, fino a rivendicare un genere letterario che si alimenterà all’infinito, dopo tutto tanti ebbero a raccontare ciò che anche oggi spesso ci raccontiamo:
“Sai? Quell’amico mio che diede, l’altra notte, un passaggio ad una tipa?
Be’, il giorno dopo, al cimitero ha trovato la sua lapide…”.
Luogo, spazio, tempo che vai, fantasma che trovi!
Bibliografia:
- Cai Plini Caecili Secundi, Epistularum Libri Decem, Liber VII – 27;
- Publi Corneli Taciti, Annales, XI, 21;
- Michael Psello, De operatione daemonum, Ed. Jean-François Boissonade, Nürnberg 1838, ristampa; Amsterdam 1964; Le Opere dei Dèmoni, trad. P. Pizzari, Sellerio Ed., Palermo, 1989;
- Pietro Lombardo, Sententiae in IV libris distinctae, 2 volumi, Grottaferrata, Editiones Collegii S. Bonaventurae ad Claras Aquas, 1971-1981;
Credits:___________________________________________________

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Origini e Scopi «
C’è un filo rosso che si dipana lungo la storia della narrazione.
Scorre dalla Naturalis Historia di Plinio alle saghe islandesi, dai mirabilia medievali alle gesta arturiane, da Chaucer a Dante, dal romanzo gotico di Walpole e soci alla ghost story pura di M. R. James, passa per il gotico angloamericano di Brockden Brown, W. Irving, Hawthorne persino di Melville, giunge ai prodromi del weird con Poe e arriva a Bierce, Dunsany, Blackwood e Lovecraft. Passa per la poesia romantica inglese e tedesca, approda in Francia.
E tocca persino l’Italia, dove critici accreditati dimostrando tutta la grettezza dell’accademismo italiano ci impongono di avere poca fantasia in fatto di letteratura del soprannaturale che viene trattata (o meglio, non viene trattata affatto!) – penalizzandoci non poco - come letteratura deteriore, buona al massimo per i bambini, ma poco adatta all'impegno severo di una rappresentazione "realistica" della società o della psicologia dell'individuo.
Eppure elementi gotici e soprannaturali sono riscontrabili nel romanzo storico di alcuni dei maggiori rappresentanti di questo genere quali Manzoni, Bazzoni, Guerrazzi e D'Azeglio. Risale al 1877 la novella di Giovanni Verga Le Storie del Castello di Trezza. E ancora Tarchetti e Fogazzaro, anche loro si cimentano con il genere. Senza contare gli innumerevoli scrittori considerati minori.
Tra questi anche un mio conterraneo (mi si conceda la citazione campanilistica) Ferdinando Petruccelli della Gattina, scrittore e uomo politico tra i maggiori e più felici giornalisti dell'Ottocento, narratore discontinuo combattuto fra le diverse ambizioni del pensatore e del teorico (religioso e politico). Folco Portinari, superando le vecchie censure crociane, inquadra gran parte di queste opere nel filone del romanzo gotico e riconosce a Petruccelli il giusto rilievo tra i bizzarri del secondo Ottocento. Della sua bella produzione porto all’attenzione del lettore curioso I moribondi del palazzo Carignano (F. Petruccelli della Gattina, a cura di Folco Portinari, Il ramo d'oro, Rizzoli, 315 p. : ill. ; 16 cm, Milano 1982).
A consolarci valga la considerazione che, a partire dal XVII sec., quando nella secolare disputa tra Stato e Chiesa al primo si sostituisce la Scienza, le cose vanno male per la narrazione soprannaturale un po’ ovunque nel Mondo. E se ancora durante il secolo dei Lumi si poteva sperare di pascersi d’Ombre, via via che il progresso si fa strada ci si affama sempre più. Dopo il 1945, la cultura occidentale si avvia verso una nuova era di razionalismo e scetticismo scientifici. La Scienza viene assunta a nuova autorità virtualmente onnipotente.
Qualunque aspetto appartenga all’Irrazionale, qualunque cosa evochi Superstizione, viene nel migliore dei casi ignorato, nel peggiore giudicato con ostilità. D’altra parte la generazione della Seconda Guerra Mondiale ha - suo malgrado - dovuto subire l’esplosione dell’Irrazionalità nella sua forma più malata, morbosa, crudele, disumana che s’incarnò in quella disgustosa isteria di massa che fu il nazionalsocialismo. Logica conseguenza, dopo tutti quegli anni di incontrollata follia, fu il rifiuto di ogni espressione dell’Irrazionalità unito a un forte bisogno di normalità. Di fatto normalità, misurata e quantificata dal razionalismo scientifico, e conformismo diventano i modelli in base ai quali la generazione della guerra pretese che i propri figli divenissero adulti e vivessero.
Come dargli torto. Ma, perché c’è sempre un ma, la storia ha la cattiva abitudine di ripetersi. Negli anni Sessanta, il brave new world proclamato dalla generazione della guerra inizia ad apparire sempre più vuoto, privo di qualsiasi valore o scopo che non sia il successo materiale; carenza che appare ancora più evidente grazie all’istruzione finalmente sempre più diffusa. I giovani degli anni Sessanta, la generazione dei miei – e probabilmente di molti dei vostri – genitori è cresciuta all’ombra di un’apocalisse annunciata e provocata dall’uomo che prendeva le forme di sovrappopolazione, distruzione dell’ambiente, olocausto nucleare. Tutto ciò fa vacillare la fede nella ragione e nel razionalismo scientifico che sembrano ora solo maschere ipocrite, alibi per nuove forme di follia. Ed eccoli in piazza a declamare Lovecraft e a rivendicare l’Immaginazione al Potere…
È curioso notare come la letteratura del soprannaturale si vada profilando all’orizzonte ogni qual volta vi sia un periodo di crisi di valori o una messa in discussione dello status quo ante. Notate come, in genere, questo avvenga in occasione di tumultuosi periodi di transizione quali possono essere la vigilia e gli anni immediatamente successivi della Rivoluzione Francese, gli anni successivi alla Guerra Franco-prussiana del 1870, il crollo del secondo impero francese, l’imminenza della Prima Guerra Mondiale e della Rivoluzione Russa e così a seguire.
Ora, critici, letterati e antropologi vi diranno che ciò avviene per un motivo preciso, che tutte queste narrazioni cioè partono da un bisogno comune. E che, questo bisogno, affonda le radici in periodi storici ben definiti che producono – come tutti i periodi di crisi e di cambiamento - ben definite esigenze di rinnovamento. Rinnovamento che spesso parte - e deve partire perché tale sia - dal pozzo scuro dell’inconscio.
Bene, non ho intenzione di dirvi tutto ciò. O forse sì, ma in modo diverso. Facendo appello al vostro, di inconscio. Chiedendovi di ricordare quella sensazione di stupore mista a un piacevole brivido di terrore che provavate quando da bambini ascoltavate le fiabe, proprio quella morsa che vi prendeva allo stomaco un attimo prima che il lupo divorasse Cappuccetto Rosso davanti ai vostri innocenti, spalancati e tuttavia bramosi di sangue, occhi di fanciulli. Quel sangue che non macchia, quegli arti amputati dei quali non si sente la mancanza, quel lupo sventrato e riempito di pietre che tuttavia fugge vivo nel bosco. Questa è sospensione della realtà. Secondary world, per dirla con Tolkien. È qui che vi voglio portare. Dove tutto è possibile. Tra le pagine di un libro. E se, una sola delle mie righe, vi avrà spinti a leggere anche solo i risvolti di copertina di un qualsiasi libro - qui o altrove citato - avrò raggiunto il mio scopo.
Il resto è letteratura.

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Wyrd & Weird «
"It is often forgotten that (dictionaries) are artificial repositories, put together well after the languages they define. The roots of language are irrational and of a magical nature."
- Jorge Luis Borges, Prologue to "El otro, el mismo."
La parola "weird", in inglese, significa "strano", "inspiegabile", "bizzarro". Qualcosa di "weird" è al di là della normale comprensione. Ma nelle antiche culture europee aveva un senso molto diverso. La forma originale e arcaica "wyrd" significa in antico anglosassone "destino", ma anche "potenza" o "magia" o "conoscenza profetica". Significa comunque l'”inspiegabile” e l'inspiegabile è il sacro – per gli antichi sassoni -, il fondamento vero e proprio dell'esistenza, la forza che soggiace alla vita tutta.
Il weird tale sarebbe dunque narrazione di fatti strani, inspiegabili, bizzarri… Un po’ riduttivo. Si corre il rischio di cadere nell’errore concettuale in cui incappa il critico Peter Pendzolt in The Supernatural in Fiction (1952) quando equipara la ghost story al supernatural tale per una presunta coincidenza di temi.
S.T. Joshi, nel saggio The Weird Tale (1990), fa notare che si è ingenerata una irrimediabile confusione di termini tra Horror, Terrore, Sovrannaturale (nell’originale “Supernatural” e non “Weird”, n.d.t.), Fantasy, Fantastico, Ghost Story, Romanzo Gotico e altri a causa dell’uso del termine che ne fa ogni singolo critico che differisce da quello di ogni altro, al punto che nessuna definizione del Weird abbraccia tutti i tipi di impianti narrativi che possono essere plausibilmente presupposti per prender parte alla portata del termine.
Howard Phillips Lovecraft ha il merito di aver individuato – in The Supernatural Horror in Literature (1927) - la categoria letteraria del Weird Tales di cui è sicuramente il teorico più acuto e in cui sembra suggerire una lettura stretta del termine Weird Tale. Afferma infatti:
“I veri Weird Tales hanno qualcosa in più che un omicidio segreto, ossa sanguinanti, o una forma rivestita che fa clangore con le catene secondo la regola. Una certa atmosfera del terrore che lascia senza fiato e l’inspiegabilità delle forze esterne e sconosciute deve essere presente; ci deve essere un suggerimento espresso con serietà e un non-portentoso che si trasforma nel relativo oggetto, di quella concezione più terribile del cervello umano, una maligna sospensione o una particolare sconfitta di quelle leggi immutabili della natura che sono la nostra sola salvaguardia contro gli assalti di caos e demoni dello spazio inesplorato.”
H. P. Lovecraft fa un’altra suggestiva affermazione:
“… il punto cruciale di un racconto Weird è qualcosa che può accadere realmente”.
E soprattutto ci tiene a sottolineare che la vera letteratura Weird
“non dev’essere confusa con un tipo esternamente simile ma interamente, psicologicamente differente ovvero la letteratura della mera paura psicologica e dell’orribile puramente terreno.”
L’inspiegabile non terreno, soprannaturale ma non solo, la Wyrd. Wyrd, termine antico anglosassone da cui deriva weird, che designa il grande principio spirituale dello sciamanesimo anglosassone, vede la Natura come un grandioso arazzo in cui s’intrecciano i fili di poteri misteriosi, degli elementi e degli esseri viventi nel riconoscimento della molteplicità delle forze Divine. L'intero intreccio della realtà è sacro. Al di sopra, gli Dèi. Al di sopra di tutto, di Natura e Dèi, la Wyrd. Una enorme, spiraliforme, ragnatela che tutto comprende comprendendo se stessa, il Grande Mistero che guida l'intreccio dell'Arazzo, Causa e Fine estremo di tutto. È la rete che collega ogni elemento ed ogni creatura dell'universo, non conosce distinzioni di passato o futuro e vede il Tempo come una spirale. La spirale rappresenta l'avanzamento all'interno di un ciclo incorporando, in tal modo, l'idea di un progresso, di una Narrazione sovraumana in cui trovano parte i destini di uomini e Dèi. E il cerchio si chiude. Ancora una volta risalire all’etimologia non è solo un vizio da bibliofilo ma la dimostrazione che il senso delle cose ha radici antiche. Perché l’uomo è un animale narrante e la narrazione nasce dal bisogno di dare un senso al Mistero dell’Esistenza.
Bibliografia:
La Via del Wyrd. Brian Bates, coll. Mandàla, Rizzoli Ed., 1997;
La Sapienza di Avalon. Brian Bates, coll. Mandàla, Rizzoli Ed., 1998;
The Weird Tale. S. T. Joshi, Austin: University of Texas Press, 1990;
The Supernatural Horror in Literature. H. P. Lovecraft, 1927, Annotated edition S. T. Joshi, Hippocampus, 2000;
The Supernatural in Fiction. Peter Penzoldt, New York: Humanities Press, 1965;
Oxford English Dictionary. Vol. 3, Clarendon Press, 1997.
Linkografia:
Brian Bates: www.wayofwyrd.com
S. T. Joshi: www.necropress.com/stjoshi
Oxford Dictionary on line: www.oed.com

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Introduzione alla Bibliofilia dell'Assurdo «
<…perché un libro esista, basta che sia possibile.>
La Biblioteca di Babele, J. L. Borges
Libri non terminati, libri perduti, apocrifi e pseudoepigrafi: pseudobiblia, per Lyon Sprague De Camp.
Libri senza libri, ignorati dai cataloghi di tutte le librerie, nascosti nell’ultima caverna sotto la sala lettura del Brithish Museum, scritti solo per la circolazione privata: abiblia, per Max Beerbohm.
Afferma Umberto Eco “Tutti (almeno tra le persone che frequento e che non usano il telefonino) conoscono la lista dei libri dell'abbazia di San Vittore stesa da Rabelais, con titoli affascinanti come 'Ars honeste petandi' o 'De modo cacandi'.”
Con la stessa sicurezza si potrebbe affermare che tutti quelli che (non solo usano il telefonino ma sono tecnologia-dipendenti) non sono a conoscenza dell’esistenza di una lista dei libri dell'abbazia di San Vittore ma conoscono il Necronomicon dell’arabo pazzo Abdul Alazhared.
Ad oggi gli studi specifici sugli pseudobiblia e sulle «biblioteche immaginarie» sono talmente numerosi da costituire un vero e proprio genere letterario accomunabile alla paradossografia (genere letterario che nasce con Callimaco e concerne la raccolta di thaùmatha, cioè fatti naturali straordinari di eccezionali opere dell’uomo).
Una sintesi di due categorizzazioni, che tiene conto di possibili sottocategorie, proposte l’una da Domenico Cammarota e l’altra da Roberto Palazzi potrebbe essere la seguente:
I. libri esistiti: perduti; dispersi; distrutti; etc…
II. libri esistenti: irreperibili; rarissimi; censurati; cassati dai cataloghi storici delle biblioteche; etc…
III. libri che potrebbero esistere: ricostruzioni apocrife; citazioni; libri annunciati ma mai pubblicati; postumi; work in progress; lavori in nuce;etc…
IV. libri non esistenti: citati in bibliografie, cataloghi; artifici narrativi.
Inoltre potremmo stilare un’altra categorizzazione in base alla quale lo pseudobiblium può:
I. fornire la base per l’intreccio della narrazione;
II. aggiunge verosimiglianza se supportato da un background plausibile;
III. fungere da leitmotiv in una serie di libri o di opere di un determinato autore o canone narrativo;
IV. essere usato come un espediente letterario per illustrare una storia senza storia;
V. essere essenzialmente un titolo-burla che serve a stabilire il tono umoristico o satirico dell’opera.
Gli pseudobiblia o fictional books – con accezione più moderna ed esterofila - quando sono usati come titolo-burla o come preteso supporto per una ricerca reale vengono definiti falsi letterari.
Una delle caratteristiche dei libri immaginari è che sono così convincentemente reali da divenirlo.
E proprio in quanto immaginari incarnano, o dovremmo dire impaginano, il libro ideale che si tratti di un grimorio maledetto o di un manuale sull’onesto modo di scorreggiare.
D’altra parte, un peto, ha una virtù che l’attuale letteratura ‘di massa’ non possiede: permane di più nel tempo.

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De Pseudobiblia «
Vitam impendere libris
Rabelais crea 139 libri immaginari e li elenca nella famosa e spassosa Lista della Biblioteca dell’Abbazia di san Vittore nel Gargantua e Pantagruel.
Il Catalogus Catalogorum Perpetuo Durabilis del 1567, dagli intenti parodici e dal lunghissimo sottotitolo in un tedesco sgrammaticato, fa di meglio.
Dal Seicento in poi molti cataloghi immaginari vedranno la luce fino a giungere alla beffa bibliofila per eccellenza: il Catalogo dei libri del conte di Fortsas, uno strano libello di dodici pagine recapitato, nel 1840, a tutti i principali bibliografi e bibliofili e alle maggiori librerie del Belgio e della Francia.
Il Catologue d’une très-riche mais peu nombreuse collection de livres provenant de la bibliothèque de feu M.r le Comte J.-N.-A. de Fortsas, dont la vente se fera à Binche, le 10 août 1840, à onze heures du matin en l’étude et par le ministère de M.e Mourlon, Notaire, rue de l’Église n.° 9. E’ tirato in 60 copie nella cittadina di Mons (la stessa dei famosi Arcieri figli di un'altra, questa volta involontaria beffa, ad opera di. Arthur Machen) e venduto a cinquanta centesimi, metteva all’asta un’intera biblioteca immaginaria. Tutti gli unica, numerati da 3 a 215, contenuti nel Catalogo sono, infatti, immaginari (ad eccezione di 3 titoli su 52).
L’anonimo curatore del catalogo ci informa che il conte:
“non accettava sui suoi ripiani che opere sconosciute a tutti i bibliografi e cataloghisti.” (…) “non appena veniva a conoscenza che un'opera, fino ad allora sconosciuta, era stata segnalata in qualche catalogo.” (…) “era riportata nel suo inventario manoscritto, in una colonna destinata a ciò, con queste parole: Si trova menzionato in questa o quell'opera, etc.; poi: venduto, donato, o (cosa incredibile se non si sapesse fino a che punto può spingersi la passione dei collezionisti esclusivi) distrutto”.
Lo stesso conte di Fortsas non esiste affatto, benché provvisto di una credibile e onorevole nota biografica che riporta:
“Jean-Népomucène-Auguste Pichauld, conte di Fortsas, nato il 24 ottobre 1770 nel suo castello di Fortsas, vicino a Binche nell'Hainaut, è deceduto, il 1º settembre 1839, nello stesso luogo della sua nascita e nella stanza dove aveva compiuto 69 anni il giorno prima. Insieme ai suoi libri, aveva visto (o piuttosto non aveva visto) passare trenta anni di rivoluzioni e di guerre senza muoversi un istante dalla sua occupazione preferita, senza uscire in qualche modo dal suo santuario. È per lui che avremmo dovuto creare il motto: Vitam impendere libris”.
Autore di quella che lui stesso definì “une pure espiéglerie d’écolier (una birichinata da scolaro)” fu un maggiore
dell’esercito in pensione, Renier-Hubert-Ghislain Chalon (1802-1889), presidente della “Società dei Bibliofili belgi” e autore di saggi sulla numismatica.
Pare che solo lo scrittore e libraio di Liegi, l’ erudito Pierre-Alphonse (1813-1877), fiutasse la frode mentre tutti i destinatari presero seriamente l'affare.
E Chalon fu il primo a stupirsene.
Il mondo dell'alta bibliofilia era in subbuglio.
Il Presidente del Consiglio de Gerlache, pur affermando che il conte di Fortsas peccava di furfanteria, possedeva egli stesso una buona metà delle opere cosiddette uniche.
La famiglia dei principi di Ligne, toccata dall'annuncio di un’opera licenziosa del principe-scrittore (titolo n. 48 che recita “Le mie campagne nei Paesi Bassi, con l'elenco, giorno per giorno, delle fortezze che ho vinto all'arma bianca. Stampato da me solo, per me solo in un solo esemplare, e per evidenti ragioni (...).”), fece di tutto per assicurarsi il possesso e la messa fuori circuito del racconto "delle scappatelle di questo sporcaccione di nonno".
A Binche si venne a sapere che alte personalità avevano intenzione di trasferirsi per contendersi tali tesori con rialzi di offerta.
Vista la cattiva piega che stava assumendo la faccenda, Chalon deciderà prudentemente di metter fine all’inganno.
Pubblicò e inviò un avviso ai destinatari del catalogo, segnalando che l'asta non avrebbe avuto luogo poiché la città di Binche aveva deciso d'acquistare in blocco tutta la mirifica biblioteca.
All’inizio del secolo XX, librai e bibliofili burloni, furono molto attivi nella creazione di cataloghi fantastici a stampa…
Edmond Cuénoud, bibliofilo fornito di humour, fa stampare nel 1910 un CATALOGUE DES LIVRES DE LA BIBLIOTHÈQUE DE M. ED. C., illustrato da Carlègle, pseudonimo di Charles Émile (1877-1937), a titolo si accompagnano“indicazioni strettamente necessarie”: Abelardo, scompleto, tagliato (riferimento al fatto che Pietro Abelardo fu evirato per aver sposato in segreto l’allieva Eloisa); F. Cooper, L’ultimo dei Mohicani, pelle rossa;
in Germania, tra il 1910 e il 1912, il libraio Martin Breslauer regala alle stampe Die unsichtbare Bibliothek (La biblioteca invisibile).
L’Inghilterra, nel 1928, vede Henry Gordon Ward curare un pamphlet di sedici pagine in-8° intitolato A Seventeenth-Century German Moch Catalogue (Catalogus etlicher sehr alten Bücher welche neulich in Irrland auff einem alten eroberten Schlosse in einer Bibliothec gefunden worden [Catalogo di alcuni libri antichi trovati recentemente in Irlanda nella biblioteca di un vecchio castello conquistato]). La tesi su cui è costruito sostiene che, nel 1650, un anonimo autore tedesco avrebbe trovato quest’elenco di 100 titoli ironici di libri, suddivisi per soggetto, nella biblioteca di un antico castello irlandese. Titoli come il n° 5, “Nimrod’s Tractätlein von der Jägerey (Trattatello sulla caccia di Nimrod)” e il n° 9 “Joh. Fausts Magia Naturalis, Fledermäuse zu machen (La magia naturale di Johann Faust su come fare pipistrelli)” uniti al sinistro rinvenimento, restano parodici e burleschi ma fanno registrare un leggero inclinarsi del gusto verso il mistero e l’occulto.
Fino al capostipite del romanzo gotico e a partire da lui, Melmoth the Wanderer di Charles Maturin che contiene A Modest Proposal for the Spreading of Christianity in Foreign Parts, di autore sconosciuto, manoscritto ritrovato in un ospizio, sarà tutto un fiorire di misteri intorno a libri occulti. Da The Mad Trist scritto da sir Launcelot Canning contenuto in The Fall of the House of The Usher di E. A. Poe, narra del cavaliere medievale Ethelred a M. R. James che nel Canon Alberic's Scrapbook, attribuisce la paternità di un album, frutto della collatio di diversi manoscritti, al Canonico Alberic de Mauleon; in Casting the Runes,
ci regala ben due pseudobiblia: History of Witchcraft e The Truth of Alchemy di Mr. Karswell; in The Treasure of Abbot Thomas, il plausibilissimo Sertum Stein feldense Norbertinum di autore sconosciuto ed altri ancora. E ancora da Arthur Machen che nel celebre The White People racconta di un misterioso Green Book di autore ignoto a Ambrose Bierce con le Revelations of Hali di E.S. Bayrolles in An Inhabitant of Carcosa che servirà da modello al The King in Yellow di Robert W. Chambers e con le Marvells of Science di Morryster che appaiono anche nell’opera di H.P. Lovecraft. Nel cerchio di autori che si muovono attorno a Lovecraft vi sono ancora August Derleth con i Thaumaturgical Prodigies in the New-English Canaan scritti dal Reverendo Philips Ward contenuti in The Lurker on the Threshold, le gotiche Confessions of the Mad Monk Clithanus scritte dal monaco pazzo Clithanus in The Passing of Eric Holm, i famosi Celaeno Fragments attribuiti a Laban
Shrewsbury, presenti in The Trail of Cthulhu ed altri; Frank Belknap Long,
fa scrivere The Secret Watcher da Halpin Chalmers, contenuto in The Hounds of Tindalos, e Clark Ashton Smith con il Book of Eibon in The Holiness of Azederac, tutti appartenenti al cosiddetto Ciclo di Chtulhu ideato da Lovecraft subcreatore del Necronomicon (letteralmente: Libro delle leggi che governano i morti) autore del quale sarebbe l'arabo pazzo Abdul Alhazred, vissuto nell’ottavo secolo dopo Cristo. Alhazred avrebbe trascorso dieci anni nel grande deserto dell’Arabia meridionale, il Raba El Khaliyeh, lo “Spazio vuoto” degli antichi arabi, in quello che Matthew Pearl in L'ombra di Edgar definisce “l’altro mondo... un mondo immaginario fatto di libri e scrittori capaci d’invadere le menti di chi li legge...”.
Fino ai contemporanei. Un volume spurio della Anglo-American Cyclopaedia (New York 1917) è il pretesto che usa Jorge Luis Borges, nel racconto Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, per mettere due scrittori argentini sulle tracce dell’unica copia della Cyclopaedia in cui si parla di Uqbar. Meno fantasioso e più scontato, Arturo Pérez-Reverte ha costruito il suo Il Club Dumas attorno alla ricerca de Le Nove Porte del Regno delle Tenebre, un trattato del 1666 su come evocare il Demonio.
La cavalletta non si alzerà più, di Hawthorne Abendsen, è il libro immaginario e proibito negli U. S. A. controllati dai giapponesi, che innerva La svastica sul Sole (o L'Uomo nell’Alto Castello del titolo originale), romanzo in cui Philip K. Dick immagina che nazisti e giapponesi abbiano vinto la Seconda Guerra Mondiale e si siano spartiti il mondo. Il medievale Viage to the Contree of the Cimmerians, dell’oscuro Gervase di Langford, mina alle radici l’albero genealogico di una famiglia nobiliare inglese e trasforma un businessman in un assatanato bibliofilo (Codex di Lev Grossman). E potremmo continuare per pagine e pagine…
E se è vero quel che afferma Ermanno Olmi e cioè che un libro non serve a nulla se non si incarna in vita vissuta, è altrettanto vero quel che sostiene Umberto Eco: “Questi libri non sono mai esistiti ma sarebbero stati meglio di tanti altri esistenti o esistiti”. Ma soprattutto, reale o immaginaria, la bibliofilia è una malattia dell’anima. Ed è contagiosa.
Bibliografia
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Nota bibliografica:
La riproduzione integrale del catalogo di Fortsas si trova nel Journal de l’amateur de livres (1850, pp. 141-152) a cura di Jannet, nell’Essai sur le bibliothèques imaginaires (1851) di Brunet e più di recente nel libro di Walter Klinefelter The Fortsas bibliohoax (Newark, N.J., The Carteret book club, 1941) e in The Fortsas Hoax (London, Arborfield, 1961) curato da James Moran. Notizie interessanti sono anche nel Dictionnaire des ouvrages anonymes et pseudonymes composées (1822-1827) di Antoine-Alexandre Barbier e nelle Supercheries littéraires dévoilées (1847-1853) di Joseph-Marie Quérard.
Linkografia:
http://en.wikipedia.org/wiki/Fictional_book
http://web.archive.org/web/20041010173631/www.invisiblelibrary.com/ILCatalogf.htm
http://www.lib.udel.edu/ud/spec/exhibits/forgery/index.htmtarget="blank" Frank Trover’s Collection